Santa Giuseppina Bakhita (1869 - 1947)

Santa Giuseppina Bakhita (1869 - 1947)

Infanzia


Bakhita nacque nel 1869 a Olgossa, un villaggio del Sudan, nella regione del Darfur. La sua era una famiglia felice. Era formata, raccontava Bakhita, dai genitori, da tre fratelli e tre sorelle. Un brutto giorno la gioia e la serenità furono turbate dal rapimento della sorella maggiore. “Ricordo ancora quanto pianse la mamma, e quanto piangemmo noi pure. La sera, tornato il padre dal lavoro, sente dell’accaduto. Monta sulle furie e subito, con i suoi lavoratori, fa indagini dovunque. Ma inutilmente. Non si seppe più nulla della povera sorella. Questo fu il mio primo dolore e, oh!, quanti e quanti me ne aspettavano poi”. Poco tempo dopo toccò a lei, bambina di sei – sette anni, la stessa sorte.

Schiavitù


Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. Fu dato alla piccola schiava dai suoi rapitori e in arabo significa “fortunata”. Nel giorno del rapimento risuonava come un’ironia, invece fu un nome profetico. Quante volte, dopo aver ricevuto il dono della fede e della vocazione religiosa, Bakhita, con stupore e profonda gioia, si chiederà: “Ma come ha fatto il Signore a prendere proprio me?”.

Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum, conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della più dura schiavitù. Fu costretta a lunghe marce forzate, picchiata dal figlio di un padrone e lasciata al suolo tramortita, subì la flagellazione di colpi senza numero da parte del generale turco, fu sottoposta a un tatuaggio di ben 114 tagli e alla prova ancor più dolorosa del sale stropicciato sulle ferite … Bakhita affermerà: “Posso proprio dire che non sono morta per un miracolo del Signore che mi destinava a cose migliori”.

Nella capitale del Sudan venne finalmente comprata dall’agente consolare italiano, Calisto Legnani. Per la prima volta, da quando era stata rapita, si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno nel darle comandi usava più lo staffile, anzi era trattata con maniere affabili e cordiali. In questa casa conobbe la serenità, anche se sempre velata dalla nostalgia della propria famiglia, che non avrebbe mai più ritrovato. Situazioni politiche costrinsero il signor Calisto a rientrare in Italia. Bakhita chiese e ottenne di partire con lui e un suo amico, il signor Augusto Michieli.

In Italia


Giunti a Genova, il Legnani, pressato dalle richieste della moglie del Michieli, regalò loro Bakhita che seguì i nuovi padroni nell’abitazione di Zianigo, frazione di Mirano (Venezia) e, quando nacque la figlia Alice, chiamata Mimmina, la schiava africana ne divenne la bambinaia e l’amica. L’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Turina Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. La prima volta portò con sé la piccola e la bambinaia, poi, per suggerimento dell’amministratore della famiglia Michieli, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia.

Verso la libertà


Prima che la giovane africana lasciasse casa Michieli, il signor Illuminato, il quale desiderava tanto farle conoscere il Signore, le regalò un Crocifisso di metallo. Così Bakhita descrive il suo primo incontro con Colui che diventerà il suo “Paron”: “Nel darmi il Crocifisso lo baciò con devozione, poi mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che cosa fosse, ma spinta da una forza misteriosa lo nascosi per paura che la signora me lo prendesse. Prima non avevo mai nascosto nulla, perché non ero attaccata a niente. Ricordo che nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”.

Giunta all’Istituto dei Catecumeni, Bakhita chiese e ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina sentiva “in cuore senza sapere chi fosse”. “Vedendo il sole, la luna, le stelle, le bellezze della natura, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio”. Nel novembre del 1889, quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Suore Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato molte prove del suo amore. “Era il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta sua. Oh, bontà!”.

La giovane africana, grazie alla libertà di azione che la legge italiana le assicurava, poté rimanere e proseguire il suo cammino che la introduceva nell’esperienza cristiana.

Figlia di Dio


Il 9 gennaio 1890 Bakhita ricevette il Battesimo con i nomi di Giuseppina, Margherita, Fortunata, Maria Bakhita, la Cresima e la prima Comunione. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia. I suoi occhi sfavillavano, rivelando un’intensa commozione. La signora Giulia Della Fonte, che ebbe la possibilità di trascorrere in compagnia della “Moretta” quella giornata indimenticabile, testimonia: “Pareva trasfigurata. Parlava poco, ma la felicità traspariva da ogni suo atto, da ogni suo detto. Non c’era più sul suo viso quell’aria di mestizia. Io le chiedevo che cosa avesse sentito dentro di sé durante la cerimonia. Ella non sapeva rispondermi e non faceva che accarezzarmi e sorridere”.

Ogni giorno nuovo rendeva Giuseppina Bakhita sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva e amava, l’aveva condotta a sé per vie misteriose, tenendola per mano. E, pienamente convinta, dirà: “Tutta la mia vita è stata un dono suo: gli uomini suoi strumenti; grazie a loro ho avuto il dono della fede”.

Consacrata al “Paron”


Bakhita rimase nel Catecumenato, dove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa e l’8 dicembre 1896 si consacrò al suo Signore nell’Istituto di santa Maddalena di Canossa. Nel 1902 da Venezia fu trasferita a Schio, nell’attuale Via Fusinato. Qui, eccettuati i due anni trascorsi come portinaia nel noviziato missionario canossiano di Vimercate (Milano), visse fino alla morte, prestandosi in diverse occupazioni: cuciniera, ricamatrice, sagrestana, portinaia. Si spense l’8 febbraio 1947. Una folla si riversò ben presto nella casa dell’Istituto per vedere un’ultima volta la “santa madre Moretta” e chiederne la protezione dal cielo.

Da papa Giovanni Paolo II fu beatificata il 17 maggio 1992 e consegnata al mondo come “Sorella Universale”, fu proclamata santa il 1° ottobre 2000. Papa Benedetto XVI, nell’enciclica “Spe Salvi”, 2007, ce la presenta come “Testimone di Speranza”. Le persone che l’hanno conosciuta affermano che la Santa aveva una speranza illimitata nel Signore e sapeva infonderla in quanti avvicinava. Diceva di sperare in tutto e per tutto nel “Paron”, così lei chiamava confidenzialmente il suo Dio: “Io ho dato tutto al mio Paron, Lui penserà a me: ne è obbligato”.

Anche dal letto del suo dolore consolava quanti andavano a trovarla: “Coraggio, passa tutto”. A chi piangeva la perdita di una persona cara: “In Paradiso ci ritroveremo tutti. Si tratta di aspettare un poco”. Ripensando alla sua schiavitù, ripeteva: “Da schiava non mi sono mai disperata perché sentivo dentro di me una forza misteriosa che mi sosteneva”.

Testimone dell’Amore


Lo slancio apostolico di madre Bakhita superava i confini della sua Comunità per abbracciare il mondo intero, la sua Africa in particolare: “Io prego tutti i giorni perché il Signore mandi missionari e missionarie anche nel centro dell’Africa dove stavo io. Ho sempre speranza che i miei cari abbiano a conoscere il Signore”. Il suo unico desiderio era: “Far contento el Paron”. “Crede che sia facile? Io faccio tutto quello che posso: il resto lo fa Lui”. La sua vita di cristiana e religiosa è contrassegnata da un abbandono totale alla volontà di Dio. “Come vuole el Paron”, era la sua espressione abituale. Quanto pregava! E per tutti.

Aveva una particolare devozione a Gesù Eucaristia. Da sana, chiedeva alla Superiora il permesso di star alzata la sera per l’adorazione e, da inferma, testimonia una consorella: “Commuoveva vederla in adorazione per lunghe ore sulla sua carrozzella nel coretto della Chiesa”. Alla Madonna era legata da tenero e filiale affetto. “La Madonna mi ha protetta, anche se io non la conoscevo”, diceva in riferimento alla sua vita di schiava. E mentre andava spegnendosi la sua lunga giornata terrena, un ritornello affiorava: “La Madonna mi ha voluto tanto bene”. Nel 1933 i Superiori le chiesero di recarsi presso le varie Case Canossiane per ravvivare lo spirito missionario. Lei, così schiva e riservata, accettò con prontezza il grande sacrificio di mostrarsi in pubblico e seminò tanto amore. Sempre serena, sempre sorridente, pronta ad aiutare tutti anche a costo di tanta fatica, specie quando, anziana, a stento riusciva a trascinare le gambe. Mai uscì dalle sue labbra un lamento, mai chiese qualcosa per sé. Scusava tutti e ringraziava per ogni cosa. Quanti l’ascoltavano avevano la netta sensazione di parlare con una santa, tanto le sue parole, misurate, ma condite di sapienza evangelica, penetravano i cuori e donavano serenità e speranza.

Si coglieva che viveva alla scuola del divin Maestro, in un rapporto profondo col suo “Paron”. Grazie a Lui, è diventata maestra di umile e calda accoglienza, di gioia, di bontà, di perdono sincero, di assoluta confidenza in quel Dio che l’ha resa figlia e quindi libera di accogliere e di donare amore, sempre e ovunque.